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RUSSIA-UCRAINA: LA GUERRA DEI DUE MONDI

CARLO SANTI · · 13 min di lettura
RUSSIA-UCRAINA: LA GUERRA DEI DUE MONDI

Dietro il fronte ucraino si combatte una partita molto più grande. La Russia difende il proprio ruolo di potenza, gli Stati Uniti cercano di governare gli equilibri internazionali, la Cina consolida la propria influenza e l’Europa rischia di pagare il prezzo di decisioni sulle quali non riesce a incidere abbastanza. Ma mentre le grandi potenze discutono del futuro del mondo, chi combatte continua a morire.

A Mosca la guerra viene raccontata in modo profondamente diverso rispetto a quanto accade nelle capitali occidentali. Per una parte considerevole della popolazione russa, quella combattuta in Ucraina non è semplicemente una guerra territoriale tra due Paesi confinanti. È lo scontro tra due concezioni del mondo, tra una Russia che rivendica il proprio diritto a essere una grande potenza e un Occidente percepito come intenzionato a ridimensionarne l’influenza politica, militare ed economica. In questa rappresentazione, Vladimir Putin non è soltanto il presidente che ha ordinato l’invasione dell’Ucraina, ma l’uomo che difende la dignità e la sopravvivenza geopolitica della Federazione Russa. È una convinzione che può sorprendere l’opinione pubblica europea, abituata a leggere il conflitto prevalentemente attraverso le categorie dell’aggressione e della resistenza, ma che non può essere ignorata se si vogliono comprendere le ragioni della durata della guerra.

Naturalmente, comprendere questa percezione non significa giustificare l’invasione del 24 febbraio 2022, né dimenticare che il conflitto armato era iniziato già nel 2014. Le responsabilità politiche e giuridiche dell’aggressione russa restano distinte dalle considerazioni strategiche che Mosca utilizza per spiegare le proprie decisioni. Tuttavia, sarebbe un errore analitico ritenere che il consenso interno al Cremlino sia soltanto il risultato della propaganda governativa. Esistono motivazioni storiche, identitarie e nazionalistiche radicate nella società russa, alimentate anche dal trauma della dissoluzione sovietica e dalla convinzione che l’allargamento della NATO abbia progressivamente ridotto lo spazio di sicurezza e di influenza di Mosca. Il fatto che queste convinzioni siano diffuse non le rende necessariamente fondate, ma le trasforma in un elemento politico con il quale qualsiasi trattativa dovrà confrontarsi.

Un’indagine pubblicata il 6 ottobre dal centro demoscopico indipendente Levada offre uno spaccato particolarmente significativo. Il 70% degli intervistati dichiara di sostenere le operazioni militari russe in Ucraina, ma contemporaneamente il 64% ritiene necessario avviare negoziati di pace. Ancora più interessante è un altro dato: l’81% appoggerebbe una decisione di Putin di interrompere immediatamente il conflitto. Il consenso scende però al 35% qualora la pace comportasse la restituzione dei territori annessi. I sondaggi, soprattutto in un contesto nel quale il dissenso pubblico incontra forti limitazioni, devono essere interpretati con prudenza. Eppure, restituiscono una contraddizione fondamentale: molti russi sostengono il proprio presidente e le ragioni dichiarate della guerra, ma questo non significa che desiderino necessariamente combattere all’infinito. La pace potrebbe essere accettata, purché venga percepita come una conclusione dignitosa e non come una sconfitta nazionale.

È proprio qui che si incontra il primo grande ostacolo diplomatico. Per il Cremlino, abbandonare le proprie rivendicazioni territoriali significherebbe mettere in discussione gli obiettivi per i quali sono stati sacrificati uomini, risorse economiche e relazioni internazionali. Per Kyiv, riconoscere le annessioni significherebbe invece accettare che la forza militare possa modificare definitivamente i confini di uno Stato sovrano. Due posizioni difficilmente conciliabili, dietro le quali si nasconde un problema ancora più grande: questa guerra, dopo oltre quattro anni e mezzo, non riguarda più soltanto il destino dell’Ucraina. Riguarda la distribuzione del potere nel mondo.

La Russia è entrata nel conflitto con l’obiettivo di riaffermare la propria influenza strategica nello spazio ex sovietico e impedire un ulteriore avvicinamento dell’Ucraina alle strutture occidentali. Ma il risultato, almeno fino a oggi, presenta una contraddizione che merita attenzione. Nel tentativo di sottrarsi a quella che considera l’egemonia americana, Mosca ha progressivamente rafforzato la propria dipendenza economica dalla Cina. Le sanzioni occidentali, la perdita di una parte considerevole del mercato energetico europeo e l’interruzione di numerosi rapporti commerciali hanno accelerato un processo di avvicinamento a Pechino già avviato prima della guerra. La responsabilità originaria dell’invasione resta russa, ma le conseguenze economiche delle decisioni occidentali hanno contribuito a ridisegnare le alleanze commerciali internazionali.

Ed è qui che compare il protagonista forse meno appariscente, ma certamente tra i più importanti, dell’intera vicenda: la Cina.

Pechino non ha bisogno di conquistare territori ucraini per ottenere vantaggi strategici dal conflitto. Una Russia che trova sempre maggiori difficoltà a vendere le proprie risorse energetiche in Occidente ha inevitabilmente bisogno di mercati alternativi. La Cina rappresenta uno sbocco commerciale fondamentale, ma dispone di una forza contrattuale nettamente superiore a quella russa. Può negoziare prezzi, condizioni di fornitura, investimenti e collaborazioni industriali partendo da una posizione favorevole. Il caso del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare ulteriormente Russia e Cina, dimostra quanto Mosca abbia bisogno di nuovi mercati energetici e quanto Pechino possa permettersi di negoziare senza la stessa urgenza. Ancora nel maggio 2026, secondo un’analisi del Carnegie Endowment, mancavano accordi commerciali definitivi per la sua realizzazione.

Ma il vantaggio cinese non si limita all’economia. Ogni miliardo investito dall’Occidente nella sicurezza europea, ogni sistema d’arma destinato al fronte ucraino, ogni vertice internazionale assorbito dalle trattative con Mosca rappresenta una quota di attenzione politica, industriale e militare che Washington e i suoi alleati devono sottrarre ad altre priorità strategiche. La Cina osserva questa situazione dalla prospettiva dell’Indo-Pacifico, dove la questione di Taiwan e il confronto con gli Stati Uniti costituiscono elementi centrali della propria politica estera. Una Russia impegnata a contrastare l’influenza occidentale in Europa può quindi risultare funzionale agli interessi cinesi, anche senza ipotizzare un coinvolgimento diretto di Pechino nella conduzione della guerra.

Da questa constatazione nasce un interrogativo scomodo: la Cina ha davvero interesse a una rapida conclusione del conflitto russo-ucraino?

La risposta non è così semplice come potrebbe apparire. Il prolungamento della guerra offre a Pechino alcuni vantaggi evidenti: una Russia economicamente più dipendente, un Occidente impegnato su più fronti e un equilibrio internazionale nel quale gli Stati Uniti sono costretti a distribuire risorse e attenzione. Tuttavia, la Cina è anche una gigantesca potenza commerciale, strettamente legata ai mercati europei. Nel 2025 gli scambi di merci tra Unione Europea e Cina hanno raggiunto circa 759 miliardi di euro. Una destabilizzazione prolungata dell’economia europea può quindi trasformarsi in un danno anche per Pechino. Non esistono elementi sufficienti per affermare che il governo cinese desideri una guerra interminabile; esistono invece ragioni concrete per ritenere che tragga vantaggio da alcuni degli squilibri prodotti dal conflitto. La condizione potenzialmente più favorevole alla Cina potrebbe essere quella di una Russia ancora forte militarmente, ma sempre più legata economicamente e tecnologicamente al proprio vicino orientale.

È questo uno dei grandi paradossi della guerra. Putin combatte anche per preservare l’autonomia strategica russa dall’Occidente, ma potrebbe ritrovarsi con un Paese maggiormente dipendente da un’altra potenza. La Russia conserverebbe il proprio arsenale nucleare, il peso diplomatico e un’enorme disponibilità di materie prime, ma perderebbe parte della libertà commerciale che aveva quando poteva trattare contemporaneamente con Europa e Asia. Una vittoria territoriale, dunque, non coinciderebbe necessariamente con una vittoria geopolitica.

Sul fronte opposto si presenta una situazione altrettanto complessa. L’Ucraina combatte per difendere la propria indipendenza, ma la capacità di sostenere militarmente il conflitto dipende in misura rilevante dagli aiuti occidentali. Gli Stati Uniti conservano un ruolo determinante nelle forniture di specifici sistemi d’arma, nelle tecnologie militari e nel sostegno strategico. È una dipendenza che non trasforma automaticamente Kyiv in una semplice esecutrice della volontà americana, ma che ne condiziona inevitabilmente i margini di manovra. Zelensky deve difendere gli interessi del proprio Paese, mantenere il sostegno della popolazione e contemporaneamente confrontarsi con le priorità di Washington, che non sempre coincidono con quelle ucraine.

Anche la società ucraina presenta sfumature che raramente trovano spazio nelle contrapposizioni propagandistiche. Un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kyiv, pubblicato il 6 ottobre, indica che il 75% degli intervistati è disponibile all’apertura di negoziati con la Russia. Gli stessi ricercatori precisano però che tale disponibilità non equivale all’accettazione di concessioni territoriali. È una distinzione fondamentale. Tanto in Russia quanto in Ucraina emerge una significativa apertura verso la diplomazia, ma le condizioni considerate accettabili restano profondamente differenti. I due popoli possono desiderare la fine delle ostilità senza condividere minimamente l’idea di quale debba essere la pace.

In questo scenario Donald Trump cerca di ritagliarsi il ruolo di mediatore decisivo. Washington continua a lavorare a una soluzione negoziata e proprio oggi, 9 ottobre, è previsto a Miami un nuovo incontro tra rappresentanti americani e ucraini. Il segretario di Stato Marco Rubio ha definito il conflitto uno stallo pericoloso, riconoscendo implicitamente la difficoltà di ottenere una soluzione esclusivamente militare. Ma l’aspetto più interessante della nuova diplomazia americana è che il negoziato non sembra limitarsi soltanto ai confini, alle garanzie di sicurezza e al cessate il fuoco. Si affacciano anche ipotesi di normalizzazione economica dei rapporti con Mosca.

L’8 ottobre Reuters ha riferito di discussioni tra esponenti statunitensi e russi su possibili operazioni commerciali legate ai gasdotti Nord Stream, comprese ipotesi di coinvolgimento di investitori americani. Si tratta di contatti esplorativi, ostacolati da sanzioni e forti opposizioni politiche europee, non di accordi conclusi. Eppure, il loro significato geopolitico è evidente. Gli Stati Uniti sostengono l’Ucraina e, contemporaneamente, valutano le possibilità di ricostruire determinati rapporti economici con la Russia nel quadro di un eventuale accordo di pace. Nulla di necessariamente illegittimo: gli incentivi economici possono favorire la diplomazia. Ma sarebbe ingenuo ignorare che, quando le grandi potenze trattano, gli interessi finanziari ed energetici siedono spesso allo stesso tavolo delle questioni di sicurezza.

E l’Europa?

È probabilmente questa la domanda più difficile per noi europei. Perché, mentre Stati Uniti e Russia esplorano possibili intese e la Cina consolida i propri rapporti con Mosca, l’Unione Europea continua a sostenere una parte enorme del costo economico della guerra senza riuscire sempre a esercitare un’influenza diplomatica proporzionata. Il problema non è l’assenza europea. Bruxelles e i governi nazionali finanziano la resistenza ucraina, contribuiscono alle forniture militari, sostengono milioni di profughi e affrontano le conseguenze economiche delle sanzioni. L’Ukraine Support Tracker del Kiel Institute conferma il crescente ruolo finanziario europeo, evidenziando però anche la persistente dipendenza da armamenti statunitensi. Il problema, dunque, è la distanza tra il peso economico dell’Europa e la sua capacità di decidere autonomamente sulle principali questioni strategiche.

L’Unione Europea rappresenta una delle maggiori economie mondiali, ma non dispone ancora di una politica estera e di difesa pienamente unitaria. Le posizioni dei governi divergono, gli interessi nazionali continuano a prevalere su numerose questioni e la sicurezza continentale rimane strettamente collegata alla NATO e, quindi, agli Stati Uniti. Gli europei partecipano al processo diplomatico e Kyiv ha annunciato di attenderne il coinvolgimento nei prossimi colloqui. Ma partecipare non significa necessariamente determinare l’esito di una trattativa. Ed è difficile non cogliere una contraddizione: il continente maggiormente esposto alle conseguenze territoriali, economiche e strategiche della guerra rischia di non avere un peso corrispondente nella definizione del futuro assetto di sicurezza europeo.

C’è poi una questione che raramente viene affrontata fino in fondo. Prima del 2022 la Russia era un partner energetico fondamentale per diversi Paesi europei. Quella relazione presentava evidenti rischi di dipendenza, emersi drammaticamente con l’invasione, ma costituiva anche un intreccio di interessi economici. La guerra ha contribuito a spezzarlo, costringendo l’Europa a diversificare le forniture e Mosca a cercare altri acquirenti. Il risultato è stato un profondo cambiamento dei flussi commerciali internazionali. La Russia ha accelerato il proprio orientamento verso l’Asia; l’Europa ha rafforzato i legami energetici con altri fornitori, compresi gli Stati Uniti. Non significa che le sanzioni siano state inutili o che il precedente modello energetico fosse sicuro. Significa che ogni scelta geopolitica produce conseguenze economiche e modifica i rapporti di forza anche molto lontano dal campo di battaglia.

A questo punto una riflessione diventa inevitabile. Se la Russia ritiene di combattere per difendere il proprio status di potenza, se l’Ucraina considera la resistenza una condizione necessaria per conservare la propria sovranità, se gli Stati Uniti cercano di mantenere un ruolo centrale nella definizione dei nuovi equilibri internazionali e se la Cina può beneficiare di alcune conseguenze del conflitto, quale spazio rimane per una pace che non venga percepita come una sconfitta da almeno uno dei protagonisti?

È il problema principale di qualsiasi soluzione negoziale. Una tregua può essere raggiunta anche in tempi relativamente brevi, almeno in teoria. Ma una pace duratura richiede qualcosa di più: garanzie di sicurezza credibili per l’Ucraina, meccanismi internazionali di verifica, accordi sulle questioni territoriali che non siano semplicemente imposti dalla parte militarmente più forte e un equilibrio nel quale la Russia possa trovare una prospettiva di sicurezza senza negare il diritto all’indipendenza dei Paesi confinanti. Non è una soluzione facile. E soprattutto non può nascere da una trattativa nella quale gli interessi delle grandi potenze cancellino quelli delle popolazioni direttamente coinvolte.

Nel frattempo, però, il costo umano continua ad aumentare. Secondo la missione delle Nazioni Unite per il monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, nei primi otto mesi del 2026 sono stati documentati almeno 2.222 civili uccisi e 13.058 feriti, un incremento del 55% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Sono cifre che raccontano soltanto una parte della tragedia, perché non comprendono tutte le vittime militari e non restituiscono la dimensione delle sofferenze individuali. Gli attacchi russi degli ultimi giorni hanno ulteriormente aggravato la situazione: l’8 ottobre un bombardamento su Kramatorsk ha provocato almeno 35 morti, mentre Zelensky ha denunciato complessivamente 78 vittime e 215 feriti in due giorni di attacchi.

È qui che la grande geopolitica dovrebbe ritrovare il proprio limite morale. Perché mentre si discute di confini, gasdotti, sfere d’influenza, equilibri militari e nuovi mercati commerciali, esistono uomini che combattono da anni nelle trincee, famiglie che attendono notizie dei propri cari e città che ogni giorno devono ricostruire una normalità ormai perduta. Ci sono soldati russi e ucraini che probabilmente non comprendono fino in fondo le strategie globali nelle quali sono stati trascinati, ma conoscono perfettamente il prezzo della guerra. E ci sono civili ucraini che non possono scegliere di sottrarsi ai bombardamenti, qualunque sia l’interpretazione geopolitica attribuita al conflitto.

La guerra russo-ucraina ha ormai assunto una dimensione che supera ampiamente i suoi protagonisti originari. È diventata uno dei principali terreni sui quali si misura il progressivo mutamento dell’ordine internazionale. Un mondo nel quale gli Stati Uniti devono confrontarsi con una Cina economicamente e tecnologicamente sempre più influente, una Russia determinata a conservare il proprio rango di potenza e un’Europa che fatica a trasformare la propria forza economica in autonomia politica. Le alleanze si modificano, gli interessi si sovrappongono e persino gli avversari cercano occasioni di collaborazione quando intravedono benefici reciproci.

Ma proprio questa complessità rende necessario abbandonare una lettura semplicistica del conflitto. Non siamo davanti a due blocchi perfettamente contrapposti, nei quali tutti condividono gli stessi obiettivi. La Russia e la Cina hanno interessi comuni, ma non coincidenti. Gli Stati Uniti e l’Europa sono alleati, ma possono avere priorità economiche e strategiche differenti. L’Ucraina dipende dall’appoggio occidentale, ma possiede aspirazioni e interessi nazionali propri. E all’interno degli stessi Paesi coinvolti esistono opinioni pubbliche che non sempre corrispondono alle posizioni ufficiali dei governi.

Il rischio è che ciascuno continui a osservare la guerra esclusivamente attraverso la lente dei propri interessi. Mosca cerca un risultato che possa rivendicare come una vittoria. Kyiv vuole garanzie che impediscano di trasformare una tregua nella premessa di una nuova invasione. Washington tenta di costruire un accordo che preservi il proprio peso internazionale. Pechino valuta come tutelare e rafforzare la propria posizione. L’Europa cerca di non compromettere la sicurezza del continente, pur restando divisa sugli strumenti necessari. Nessuno di questi obiettivi è identico agli altri e non tutti possono essere soddisfatti contemporaneamente.

Forse è proprio per questo che la pace appare così difficile. Non perché manchino diplomatici, proposte o occasioni di incontro, ma perché fermare la guerra significa affrontare anche la questione di chi dovrà rinunciare a qualcosa, chi potrà rivendicare un risultato e chi sarà chiamato a garantire il nuovo equilibrio.

C’è infine un paradosso che potrebbe rappresentare la sintesi di questi quattro anni e mezzo di conflitto. La Russia potrebbe ottenere il controllo di alcuni territori e ritrovarsi geopoliticamente più dipendente dalla Cina. L’Ucraina potrebbe salvaguardare la propria indipendenza, ma uscire dalla guerra profondamente devastata e ancora legata agli aiuti occidentali. Gli Stati Uniti potrebbero riaffermare il proprio ruolo diplomatico, mentre la Cina vedrebbe comunque rafforzarsi la propria influenza economica su Mosca. E l’Europa potrebbe scoprire di aver sostenuto una parte enorme dei costi del conflitto senza aver acquisito una corrispondente autonomia nelle decisioni sul proprio futuro.

Non sono risultati inevitabili. Sono possibilità concrete che dimostrano quanto sia riduttivo misurare l’esito di una guerra soltanto contando i territori conquistati o perduti.

La storia insegna che una vittoria militare non coincide sempre con un successo politico. E che i conflitti possono produrre conseguenze opposte a quelle immaginate da chi li ha iniziati.

La domanda, dunque, non è soltanto chi vincerà la guerra tra Russia e Ucraina. È chi avrà realmente guadagnato qualcosa quando la guerra sarà finita.

Perché mentre le grandi potenze cercano di ridisegnare gli equilibri mondiali, due popoli continuano a pagare un prezzo che nessuna conquista territoriale, nessun accordo commerciale e nessuna vittoria diplomatica potranno restituire.

E forse la considerazione più amara è proprio questa: nel grande gioco degli interessi internazionali, la pace rischia di arrivare soltanto quando diventerà più conveniente della guerra.

Fino ad allora, continueremo a contare i morti.

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