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POLONIA, LA DEMOCRAZIA ALLA PROVA: QUANDO IL POTERE SI SCONTRA CON LA GIUSTIZIA

Varsavia precipita in una crisi costituzionale. Il presidente interrompe un viaggio ufficiale, la polizia presidia la Corte costituzionale e il governo rivendica il ripristino dello Stato di diritto. Ma chi stabilisce dove finisce la legalità e dove comincia l'abuso del potere?

CARLO SANTI · · 6 min di lettura
POLONIA, LA DEMOCRAZIA ALLA PROVA: QUANDO IL POTERE SI SCONTRA CON LA GIUSTIZIA

Varsavia, 31 ottobre 2026 – Un presidente della Repubblica che ordina al proprio aereo di invertire la rotta, una Corte costituzionale presidiata dalla polizia antisommossa, manifestanti che tentano di superare le transenne e un governo accusato dall’opposizione di aver compiuto un colpo di Stato. Non è la cronaca di una repubblica sudamericana del secolo scorso, ma quanto sta accadendo in Polonia, uno dei Paesi più importanti dell’Unione Europea e membro strategico della NATO sul confine orientale dell’Alleanza.

La crisi è esplosa venerdì 30 ottobre, quando è stata annunciata la sospensione del presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Święczkowski, figura legata al precedente governo nazional-conservatore del partito Diritto e Giustizia (PiS). La decisione, comunicata dalla giudice Anna Korwin-Piotrowska, ha provocato una reazione immediata dell’opposizione e del presidente polacco Karol Nawrocki, che ha interrotto il viaggio ufficiale verso il Senegal per rientrare a Varsavia.

Nelle ore successive, la capitale polacca è diventata il teatro di uno scontro politico e istituzionale che affonda le proprie radici in oltre dieci anni di contrapposizioni sulla composizione e sull’indipendenza della magistratura.

Una guerra istituzionale che dura dal 2015

Per comprendere quanto sta accadendo bisogna tornare al 2015, quando il partito Diritto e Giustizia conquistò il potere e avviò una serie di riforme del sistema giudiziario. Quelle modifiche furono contestate dalle istituzioni europee, secondo le quali rischiavano di compromettere l’indipendenza dei giudici e di sottoporre la magistratura all’influenza della maggioranza politica.

Per otto anni Varsavia e Bruxelles si sono confrontate duramente sul principio dello Stato di diritto. La Commissione europea ha avviato procedure e adottato misure finanziarie legate alle contestazioni sul sistema giudiziario polacco.

Nel 2023, con l’arrivo al governo della coalizione guidata da Donald Tusk, europeista ed ex presidente del Consiglio europeo, sembrava aprirsi una fase diversa. Il nuovo esecutivo ha promesso di ripristinare l’indipendenza della magistratura e di correggere le riforme contestate.

Ma il problema è rimasto: come modificare istituzioni considerate politicamente condizionate senza riprodurre, in senso contrario, lo stesso meccanismo di interferenza?

È questo il nodo che oggi rischia di paralizzare il sistema costituzionale polacco.

Il presidente contro il governo

La Polonia vive una situazione di coabitazione istituzionale particolarmente conflittuale. Da una parte il primo ministro Donald Tusk, sostenuto da una coalizione parlamentare europeista; dall’altra il presidente Karol Nawrocki, eletto nel 2025 e politicamente vicino al PiS.

Il presidente dispone di poteri costituzionali che gli consentono di ostacolare alcune iniziative dell’esecutivo, mentre il governo rivendica la legittimità delle proprie riforme sulla base della maggioranza parlamentare.

Lo scontro si è concentrato sulla Corte costituzionale. Święczkowski aveva impedito ad alcuni giudici eletti dall’attuale maggioranza di assumere le proprie funzioni, mentre Nawrocki aveva rifiutato di completare il giuramento di diverse nomine parlamentari.

La sospensione del presidente della Corte ha trasformato una controversia giuridica in una crisi politica aperta.

Per il governo si tratta di ripristinare il corretto funzionamento delle istituzioni. Per l’opposizione è un attacco all’ordine costituzionale. Il termine «colpo di Stato» è stato utilizzato dagli avversari di Tusk, ma resta una qualificazione politica contestata, non un fatto giuridicamente accertato.

Nel frattempo, le immagini degli agenti schierati davanti alla Corte e dei manifestanti che tentano di raggiungerne l’ingresso hanno fatto il giro dei media internazionali.

Il paradosso dello Stato di diritto

La questione polacca solleva un interrogativo che supera ampiamente i confini nazionali.

Quando un governo sostiene di dover intervenire sulle istituzioni per restituire loro indipendenza, chi controlla che gli strumenti utilizzati siano a loro volta rispettosi della Costituzione?

E quando un presidente si oppone alle decisioni della maggioranza parlamentare dichiarando di voler difendere la legalità, dove si colloca il confine tra l’esercizio legittimo delle proprie prerogative e l’ostruzione istituzionale?

Non sono domande retoriche. Sono questioni fondamentali per qualsiasi democrazia costituzionale.

La maggioranza elettorale conferisce il diritto di governare, ma non attribuisce automaticamente il potere di modificare ogni equilibrio istituzionale. Allo stesso modo, l’indipendenza della magistratura non può diventare un principio invocato per sottrarre qualsiasi decisione giudiziaria alla verifica della sua legittimità.

Il problema nasce quando ciascuna parte identifica la propria posizione politica con la difesa esclusiva della democrazia, negando all’avversario perfino la possibilità di agire legittimamente.

In quel momento il conflitto non riguarda più soltanto le decisioni da assumere, ma le regole attraverso le quali quelle decisioni possono essere prese.

L’Europa davanti alle proprie contraddizioni

La crisi polacca riguarda direttamente anche Bruxelles. Per anni le istituzioni europee hanno contestato le riforme giudiziarie del PiS, considerandole incompatibili con i principi dello Stato di diritto.

Oggi il governo di Tusk sostiene di voler rimediare proprio a quelle violazioni. Ma il metodo attraverso il quale si procede al ripristino dell’indipendenza giudiziaria è esso stesso oggetto di una controversia costituzionale.

La questione non consiste nel sostenere che le due situazioni siano necessariamente equivalenti. Le riforme introdotte dal PiS e le iniziative dell’attuale governo devono essere valutate separatamente, sulla base delle norme applicabili e delle garanzie rispettate.

Il punto è un altro: la credibilità europea dipende anche dalla capacità di applicare criteri giuridici coerenti, indipendentemente dall’orientamento politico dei governi coinvolti.

Se lo Stato di diritto rappresenta un valore fondante dell’Unione, la sua tutela non può esaurirsi nella vicinanza politica a una determinata maggioranza. Deve fondarsi su procedure verificabili, indipendenza degli organi giudiziari e rispetto delle garanzie costituzionali.

Una crisi che arriva nel momento più delicato

La Polonia non è un Paese qualsiasi nello scenario europeo. È uno dei principali sostenitori dell’Ucraina, investe massicciamente nella difesa e rappresenta un elemento centrale della sicurezza del fianco orientale della NATO.

Una crisi istituzionale prolungata potrebbe complicare la capacità del Paese di assumere decisioni condivise proprio mentre la sicurezza europea resta condizionata dalla guerra russo-ucraina e dal confronto strategico con Mosca.

C’è poi una dimensione interna. Nel 2027 sono previste le elezioni parlamentari e lo scontro sulla Corte costituzionale rischia di diventare uno dei principali temi della competizione politica.

Quando le istituzioni diventano il terreno della battaglia tra maggioranza e opposizione, il rischio è che anche ogni futura decisione giudiziaria venga interpretata come una vittoria o una sconfitta di parte.

È una prospettiva che dovrebbe preoccupare chiunque consideri l’indipendenza della giustizia una condizione essenziale della democrazia.

La domanda che Varsavia pone all’Europa

La vicenda polacca non consente, almeno per il momento, conclusioni definitive sulla legittimità delle sospensioni e sulle conseguenze istituzionali dello scontro. Saranno determinanti gli sviluppi giudiziari, le decisioni degli organi competenti e la capacità delle parti di riconoscere un quadro costituzionale comune.

Ma una conclusione di carattere generale è già possibile.

Una democrazia non si misura soltanto dalla regolarità delle elezioni o dalla forza numerica di una maggioranza. Si misura anche dalla capacità delle istituzioni di accettare limiti, controlli e decisioni che possono risultare politicamente sgradite.

Se ogni governo ritiene di incarnare da solo la legalità e ogni opposizione considera illegittimo il potere avversario, il rischio è che la Costituzione cessi di essere il terreno comune e diventi essa stessa l’oggetto della contesa.

La Polonia oggi ci ricorda quanto possa essere difficile ricostruire la fiducia nelle istituzioni una volta che questa sia stata compromessa.

E soprattutto pone all’intera Europa una domanda che non riguarda soltanto Varsavia: è sufficiente dichiarare di voler difendere lo Stato di diritto, oppure la democrazia si riconosce proprio dai limiti che il potere accetta di imporre a sé stesso?

Carlo Santi – Osservatorio sul mondo

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