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La Bulgaria conferma la filorussa Yotova, battuto l’europeista Ghiurov

La vittoria della presidente sostenuta da Radev pone una domanda a Bruxelles: quanto convince ancora la strategia verso Kiev? L’astensione impedisce di parlare di plebiscito, ma non cancella la sconfitta del candidato più apertamente favorevole all’Ucraina.

CARLO SANTI · · 4 min di lettura
La Bulgaria conferma la filorussa Yotova, battuto l’europeista Ghiurov

La Bulgaria ha scelto Iliana Yotova. Nel ballottaggio presidenziale del primo novembre, la presidente in carica ha ottenuto circa il 57,6% dei voti, contro il 39,5% di Andrey Ghiurov. I dati diffusi il 2 novembre confermano un vantaggio netto. Ma accanto alla vittoria c’è un secondo risultato, altrettanto difficile da ignorare: una partecipazione rimasta intorno al 27%. La maggioranza degli aventi diritto è rimasta fuori dalle urne. È da questi due elementi, insieme, che deve partire qualsiasi lettura politica seria.

Yotova era sostenuta dal primo ministro Rumen Radev, del quale era stata vicepresidente prima di subentrargli alla guida dello Stato. Radev aveva lasciato la presidenza per affrontare le elezioni parlamentari, vinte dal suo movimento. La conferma della sua alleata rafforza dunque un indirizzo politico già presente nel governo: ricerca di una soluzione diplomatica alla guerra e maggiore distanza dalla linea di sostegno militare a Kiev rappresentata da Ghiurov. Il sistema bulgaro resta parlamentare, con le principali decisioni affidate al governo e all’Assemblea nazionale.

La domanda che questo risultato pone all’Europa è semplice: quanto consenso raccoglie la sua politica sull’Ucraina quando incontra il giudizio degli elettori? La risposta bulgara è circoscritta, ma chiara: fra chi ha votato, il candidato più esplicitamente favorevole a Kiev ha perso. Non possiamo attribuire l’intero risultato alla guerra, perché un’elezione comprende fiducia nei candidati, appartenenze politiche e questioni interne. Possiamo però riconoscere che la posizione favorevole al dialogo con Mosca non ha impedito a Yotova di vincere nettamente.

Liquidare questo esito con l’etichetta «filorussa» descrive un orientamento, ma lascia aperta la questione politica. Yotova si oppone a ulteriori aiuti militari bulgari e propone una maggiore iniziativa diplomatica; al tempo stesso, è attesa mantenere l’orientamento europeo del paese, cercando migliori rapporti con la Russia. È precisamente questa combinazione a rendere il voto interessante: l’appartenenza all’Europa può accompagnarsi a una contestazione della strategia adottata verso la guerra.

Nel dibattito pubblico occorre allora distinguere ciò che troppo spesso viene sovrapposto. Solidarietà alla popolazione ucraina, difesa della sua sovranità, invio di armi, sanzioni e prospettive negoziali sono questioni collegate, ma richiedono valutazioni specifiche. Un cittadino può condannare l’invasione russa e chiedere quale risultato politico si intenda ottenere attraverso il sostegno militare. Può domandare quali condizioni renderebbero possibile un negoziato. Può pretendere che i costi e le alternative vengano discussi apertamente. Sono domande alle quali una democrazia deve rispondere nel merito.

L’astensione impone altrettanta precisione. Con una partecipazione così ridotta, sarebbe arbitrario presentare il voto come la scelta geopolitica compatta del popolo bulgaro. Chi è rimasto a casa non può essere assegnato d’ufficio a Mosca, a Bruxelles o a Kiev. Le sue ragioni restano da comprendere. Tuttavia, la scarsa affluenza non restituisce la vittoria allo sconfitto: limita la rappresentatività sociale del risultato e pone un problema ulteriore sulla capacità dell’intero sistema politico di coinvolgere i cittadini.

Da Sofia non arriva quindi la prova che tutta l’Europa abbia cambiato orientamento. Arriva un risultato nazionale che obbliga a verificare il consenso, anziché presumerlo. Per comprendere gli altri paesi servono elezioni, indagini affidabili e un confronto sulle singole scelte. Le dichiarazioni dei governi documentano la posizione degli esecutivi; non bastano, da sole, a descrivere ogni sfumatura dell’opinione pubblica.

La responsabilità di chi governa consiste anche nello spiegare dove vuole arrivare. Quale obiettivo è realisticamente perseguibile? Attraverso quali strumenti? Con quali tempi e quali condizioni per una soluzione diplomatica? La difesa dell’Ucraina richiede risposte comprensibili a queste domande, soprattutto quando le decisioni impegnano risorse pubbliche e incidono sulla sicurezza europea. Chiedere conto di una strategia significa sottoporla alla verifica politica che ogni scelta di questa portata merita.

La vittoria di Yotova acquista così un significato che supera la cronaca del ballottaggio, senza autorizzare generalizzazioni sull’intero continente. In un paese dell’Unione, una proposta favorevole al dialogo con Mosca ha prevalso sul suo avversario più apertamente vicino a Kiev. Bruxelles può contestarne le ragioni e indicarne i rischi. Deve però affrontare il problema del consenso con argomenti e risultati.

Il mandato democratico va rinnovato, spiegato e verificato. Anche quando si parla di guerra. Soprattutto quando si parla di guerra.

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