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La manovra delle armi: più miliardi alla difesa che alla sanità. E le piazze protestano

La legge di bilancio 2027 prevede 4,5 miliardi di maggiori spese per la difesa e 2,4 miliardi di interventi per la sanità. Nelle piazze, studenti e lavoratori contestano una distribuzione delle risorse pubbliche che mette al centro una domanda: quali sono le vere priorità del Paese?

CARLO SANTI · · 4 min di lettura
La manovra delle armi: più miliardi alla difesa che alla sanità. E le piazze protestano

La questione non è più soltanto quanto spenderà l’Italia per gli armamenti, ma quanto è disposta a investire nella propria sicurezza militare mentre il sistema sanitario nazionale affronta carenze di personale, liste d’attesa e difficoltà crescenti nel garantire le prestazioni ai cittadini.

I numeri della manovra economica per il 2027 meritano attenzione. Il Documento programmatico di bilancio prevede circa 4,5 miliardi di euro di maggiori spese per la difesa, contro 2,4 miliardi di interventi destinati alla sanità. Una differenza di 2,1 miliardi che, da sola, fotografa una precisa distribuzione delle risorse.

Il confronto richiede una precisazione: si tratta degli effetti finanziari degli interventi previsti nella manovra, non della spesa complessiva nazionale per i due settori. Ma questa distinzione non riduce la rilevanza politica della scelta. Anzi, permette di concentrarsi sulle nuove risorse che il governo decide di mobilitare.

Le Regioni hanno chiesto circa 18 miliardi aggiuntivi nel triennio 2027-2029 per sostenere il Servizio sanitario nazionale. Lo stesso ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva avanzato richieste finanziarie sensibilmente superiori alle somme contemplate nella programmazione della manovra. Il problema, dunque, non nasce soltanto dalle opposizioni parlamentari: riguarda le esigenze dichiarate da chi amministra concretamente il sistema sanitario, comprese numerose Regioni governate dal centrodestra.

Il diritto alla salute e la sicurezza militare sono entrambi interessi pubblici. Ma il modo in cui vengono finanziati rivela quali urgenze ricevono maggiore attenzione.

È in questo contesto che assumono un significato particolare le manifestazioni di questi giorni. Lo sciopero generale del 30 ottobre ha portato nelle piazze studenti, lavoratori e organizzazioni sindacali che contestano l’aumento delle spese militari e chiedono maggiori risorse per scuola, università, sanità, salari e servizi sociali.

La protesta non riguarda soltanto la guerra o la politica estera. Riguarda la vita quotidiana.

Per un cittadino che rinuncia a una visita specialistica perché non può permettersi una prestazione privata, il finanziamento del sistema sanitario non è una questione astratta. Per uno studente che frequenta una scuola con strutture insufficienti, gli investimenti pubblici hanno conseguenze immediate. Per un lavoratore il cui stipendio perde potere d’acquisto, il bilancio dello Stato è anche uno strumento attraverso il quale misurare la capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni della popolazione.

Il governo giustifica l’incremento delle spese militari con gli impegni internazionali assunti dall’Italia, il deterioramento dello scenario geopolitico e la necessità di rafforzare la capacità di difesa nazionale. Sono esigenze che fanno parte del dibattito sulla sicurezza europea e che non possono essere semplicemente ignorate.

Ma la domanda posta dalle manifestazioni è un’altra: la sicurezza di una nazione si misura soltanto attraverso la sua capacità militare, oppure anche attraverso la possibilità dei cittadini di curarsi, studiare e vivere dignitosamente?

La manovra ricorre inoltre alla flessibilità europea prevista per finanziare maggiori spese legate alla difesa. Si tratta di un meccanismo che consente, entro determinate condizioni, di creare margini di bilancio aggiuntivi rispetto alle normali regole fiscali. È proprio questa disponibilità di strumenti straordinari a rendere più evidente il problema politico: quali spese vengono considerate abbastanza urgenti da meritare una particolare flessibilità finanziaria?

Sarebbe scorretto affermare che ogni euro destinato alla difesa possa essere automaticamente trasferito alla sanità. I vincoli contabili, le finalità dei finanziamenti e le regole europee sono differenti. Ma sarebbe altrettanto scorretto sostenere che la ripartizione delle risorse sia una scelta puramente tecnica, priva di responsabilità politica.

Ogni bilancio pubblico è il risultato di decisioni. E ogni decisione comporta delle priorità.

La protesta di studenti e lavoratori non può essere liquidata come una generica opposizione alla guerra. Le rivendicazioni formulate dalle organizzazioni che hanno promosso lo sciopero riguardano direttamente il rapporto tra spesa militare e spesa sociale. Sono richieste economiche, oltre che politiche, che meritano una risposta sui numeri.

Il dato resta difficilmente eludibile: nella programmazione della manovra 2027, gli interventi per la difesa superano quelli per la sanità di circa 2,1 miliardi di euro.

Non significa che lo Stato abbia smesso di finanziare gli ospedali, né che tutta la spesa militare sia destinata all’acquisto di armi. Significa però che, nell’allocazione delle nuove risorse programmate, la difesa riceve un incremento superiore a quello della sanità.

È una scelta che il governo può sostenere e motivare davanti al Parlamento. Ed è una scelta che i cittadini hanno pieno diritto di contestare nelle piazze.

Perché il punto non è soltanto stabilire quanto debba spendere l’Italia per difendersi da eventuali minacce esterne. È comprendere quanto sia disposta a investire per affrontare le fragilità che esistono già all’interno dei propri confini.

E mentre si discute della sicurezza futura dell’Europa, milioni di italiani continuano a confrontarsi con un problema assai più immediato: riuscire a ottenere una visita medica, un esame diagnostico o un’assistenza sanitaria nei tempi necessari.

Anche questa è sicurezza nazionale. E dovrebbe avere un posto centrale nel dibattito sulla legge di bilancio.

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