La sanità non si misura dal numero dei decreti approvati, ma dal tempo che passa tra una prescrizione e una visita. È su questa distanza, concreta e spesso dolorosa, che interviene la Corte dei conti. Nella relazione sull’attuazione delle misure per ridurre le liste d’attesa, approvata dalla Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato e presentata nel comunicato del 19 ottobre, la magistratura contabile rileva che l’aumento dei finanziamenti non ha sempre determinato miglioramenti proporzionati nelle prestazioni erogate e nei tempi di accesso. Persistono problemi di attuazione, insufficienze negli organici e differenze territoriali. Un richiamo che investe direttamente la credibilità delle politiche sanitarie: mettere risorse a bilancio è necessario, trasformarle in cure tempestive è il risultato da dimostrare.
Il governo non può liquidare queste osservazioni come una contestazione dell’opposizione. Arrivano da un’istituzione che verifica la gestione delle risorse pubbliche e chiedono di guardare oltre gli annunci. Questo non significa attribuire all’esecutivo l’origine di ogni disfunzione: la crisi delle liste d’attesa attraversa anni, governi e amministrazioni regionali. Significa però riconoscere che chi assume il compito di affrontarla deve rispondere dell’efficacia degli strumenti adottati. L’eredità dei problemi spiega il punto di partenza; non può diventare un alibi permanente.
I numeri aiutano a capire la dimensione della questione. Secondo quanto riportato dalla Corte, nel periodo 2022-2028 le risorse destinate al contenimento delle liste d’attesa ammontano a circa 3,71 miliardi di euro. È un arco temporale che comprende anche stanziamenti futuri, non una somma già interamente spesa. Nel quadriennio 2022-2025, invece, a fronte di assegnazioni statali per circa 1,845 miliardi, risultano utilizzati circa 1,58 miliardi: una differenza nell’ordine dei 265 milioni. La stessa magistratura contabile segnala tuttavia che le informazioni regionali, incomplete e poco uniformi, rendono difficile valutare puntualmente l’impiego dei fondi e i risultati. Sarebbe quindi scorretto trasformare automaticamente quella differenza in denaro sprecato. La domanda resta comunque inevitabile: quali ostacoli hanno impedito di tradurre tutte le risorse disponibili in prestazioni?
C’è anche una questione di trasparenza. Se i dati sono incompleti o difficilmente confrontabili, diventa più complicato distinguere un miglioramento reale da un risultato soltanto dichiarato. Una politica sanitaria seria deve consentire di verificare quante persone siano state curate, per quali prestazioni e con quali tempi. Deve rendere riconoscibili le strutture che funzionano e quelle nelle quali gli interventi non producono gli effetti attesi. Senza questa possibilità, il cittadino resta spettatore di un confronto tra cifre che fatica a collegare alla propria esperienza.
La relazione richiama inoltre diverse anomalie emerse attraverso la Piattaforma nazionale delle liste d’attesa: problemi nell’impiego della classe di priorità programmata, scostamenti tra gli appuntamenti proposti e quelli accettati, intervalli tra prescrizione e primo contatto con i centri di prenotazione, differenze tra ricette emesse e prenotazioni registrate. Sono elementi che richiedono approfondimento e che non autorizzano, da soli, accuse di manipolazione. Indicano però quanto sia delicato misurare correttamente l’attesa: la fotografia statistica deve riuscire a rappresentare il percorso del paziente, comprese le difficoltà che incontra prima di ottenere una data.
Il nodo del personale attraversa tutto il problema. La Corte rileva che ampliare l’offerta sanitaria può risultare difficile anche quando le risorse finanziarie sono disponibili, soprattutto per la carenza di specialisti. Richiama inoltre il completamento dell’assistenza territoriale, necessario a migliorare la presa in carico e ad alleggerire la pressione sui servizi ospedalieri e specialistici. È qui che la discussione politica dovrebbe diventare concreta: quali professionisti servono, dove mancano, come assumerli e come trattenerli? Una prenotazione digitale può organizzare meglio gli appuntamenti; perché quegli appuntamenti esistano occorrono persone nelle condizioni di lavorare.
Su questo terreno governo e Regioni devono rispondere ciascuno delle proprie competenze. Il livello nazionale interviene sulle regole, sulle risorse e sul coordinamento; quello regionale organizza i servizi e ne governa l’attuazione. Per il paziente, però, il confine amministrativo non risolve nulla. Di fronte a una visita necessaria e indisponibile, sapere a quale istituzione attribuire il ritardo non accorcia l’attesa. Il rimpallo delle responsabilità diventa particolarmente intollerabile quando tutte le amministrazioni rivendicano i risultati positivi e nessuna riconosce le proprie insufficienze.
Per correttezza va ricordato anche ciò che impedisce di usare la relazione come una bocciatura indistinta. La Corte riconosce che il modello introdotto dal decreto legge 73 del 2024, basato su controlli, digitalizzazione e disponibilità dei dati, può favorire miglioramenti strutturali. Precisa però che una valutazione compiuta richiede la piena attuazione degli interventi. È una distinzione decisiva: una misura promettente deve ancora superare la prova dei risultati. La sua approvazione non consente di dichiarare risolto il problema.
Il richiamo diventa ancora più esplicito quando la magistratura contabile sollecita l’individuazione delle inadempienze, l’applicazione delle sanzioni previste e, quando ne ricorrano i presupposti, l’esercizio dei poteri sostitutivi. La responsabilità istituzionale deve dunque avere conseguenze verificabili. Chi gestisce risorse e servizi essenziali deve rendere conto di ciò che ha realizzato e di ciò che non ha fatto.
È questa la dimensione politica del richiamo della Corte. Una sanità che costringe il cittadino a scegliere tra aspettare e pagare mette alla prova il significato stesso del servizio pubblico. Chi dispone di risorse economiche ha una possibilità in più; chi non le possiede dipende interamente dalla capacità del sistema di garantire una risposta. L’attesa rischia così di diventare una selezione per reddito, mentre la priorità dovrebbe dipendere dal bisogno di salute.
Al governo e alle Regioni spetta ora una risposta misurabile: personale disponibile, risorse utilizzate con efficacia, dati confrontabili e tempi effettivamente ridotti. La Corte dei conti ha richiamato la distanza tra gli strumenti adottati e i risultati ottenuti. Per colmarla servirà qualcosa di più di una nuova conferenza stampa. Perché il cittadino, alla fine, non chiede di essere rassicurato sulla sanità: chiede di riuscire a curarsi.


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