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Ucraina, quale futuro stiamo finanziando?

Il caso della struttura legata ad Azov riapre una domanda che l’Europa deve affrontare: dopo anni di armi e denaro, quali libertà e quali prospettive stiamo contribuendo a costruire?

CARLO SANTI · · 6 min di lettura
Ucraina, quale futuro stiamo finanziando?

Una casa alla periferia di Kyiv, militari feriti, familiari che chiedono di entrare, accuse di detenzione illegale. Il 2 novembre, a Petropavlivska Borshchahivka, una struttura dell’unità 3121 della Guardia nazionale, appartenente al primo corpo Azov, è diventata il centro di uno scontro pubblico. Azov ha riconosciuto che vi si trovavano anche militari fermati dopo l’allontanamento non autorizzato dai reparti; quattro uomini feriti sono stati trasferiti in ospedale. Le accuse di tortura restano da verificare: le testimonianze sono discordanti e il 3 novembre gli investigatori ucraini hanno aperto un procedimento per possibile abuso di autorità militare. È da questi fatti, senza trasformare un’inchiesta in una sentenza, che nasce una domanda più ampia: quale Ucraina stiamo sostenendo?

Azov porta con sé una storia che non può essere cancellata per convenienza diplomatica. Le sue origini comprendono ambienti dell’estrema destra e fondatori con legami neonazisti. Questo non dimostra l’ideologia personale di ogni militare delle formazioni attuali, ma impone attenzione verso cultura politica, catena di comando e responsabilità. Nel 2025 il Comitato ONU contro la tortura ha chiesto all’Ucraina di rafforzare i procedimenti sui presunti crimini commessi dal 2014 anche da appartenenti ad Azov, Aidar e Tornado. La reputazione conquistata sul campo di battaglia non può sostituire l’accertamento degli abusi.

All’inizio dell’invasione, aiutare l’Ucraina aveva una ragione comprensibile: consentire a un paese aggredito di resistere. Molti cittadini europei hanno sostenuto quella scelta pensando alla protezione delle persone, alla salvaguardia dell’indipendenza e alla possibilità di un futuro libero. Oggi abbiamo il dovere di valutare i risultati di quella politica. Una decisione può essere giustificata nelle circostanze in cui viene presa e richiedere, anni dopo, una revisione profonda. La fedeltà a un popolo dovrebbe consentire questa verifica, anche quando mette in discussione le scelte dei governi che lo sostengono.

La misura del risultato dovrebbe essere anzitutto la vita degli ucraini. Secondo il monitoraggio ONU, nei primi nove mesi del 2026 sono stati verificati 2.570 civili uccisi e 15.211 feriti, con un aumento complessivo del 59 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025. A settembre le forze russe hanno ripreso attacchi coordinati su larga scala contro le infrastrutture elettriche e di riscaldamento. Sono dati che raccontano un paese ancora esposto alla devastazione, mentre si avvicina un altro inverno. La responsabilità di chi bombarda resta precisa. Altrettanto precisa dovrebbe diventare la valutazione delle politiche con cui promettiamo di proteggere chi subisce quei bombardamenti.

Sarebbe scorretto sostenere come fatto dimostrato che gli aiuti occidentali abbiano causato questa devastazione: la guerra nasce da un’invasione, e nessuno può ricostruire con certezza ciò che sarebbe accaduto senza assistenza militare. Gli aiuti possono aver impedito una sconfitta e protetto vite. Ma da questo non discende che ogni nuova fornitura, in qualunque momento e senza una strategia politica credibile, migliori necessariamente il futuro del paese. Chi decide deve spiegare come l’assistenza di oggi renda più vicina una sicurezza sostenibile. La sola capacità di continuare a combattere non esaurisce quella risposta.

Dentro l’Ucraina, intanto, la promessa di libertà incontra contraddizioni documentate. Il rapporto ONU pubblicato nel giugno 2025 raccoglie i racconti dettagliati di nove obiettori di coscienza che denunciarono torture e maltrattamenti durante il fermo, nei centri di reclutamento o nelle unità militari. Uno riferì percosse, minacce di esecuzione e undici giorni senza cibo per essersi rifiutato di indossare l’uniforme. Qui il problema politico diventa concreto: quali diritti conserva il cittadino quando lo Stato pretende che combatta? Una democrazia si misura anche dalle garanzie che riconosce a chi oppone un rifiuto, e dalla capacità di impedire che quel rifiuto sia spezzato con la violenza.

Anche il pluralismo è stato ristretto. Sono stati vietati partiti, compresa una grande forza di opposizione, sulla base delle norme contro il sostegno all’aggressione russa. Altre opposizioni restano attive: proprio per questo occorre valutare con rigore i confini tra sicurezza e repressione del dissenso. Sul piano televisivo, Reporters sans frontières ha chiesto di porre fine al programma unificato United News, denunciandone l’effetto sul pluralismo e l’assenza dei canali d’opposizione. La guerra può rendere necessarie misure eccezionali. La durata, la proporzionalità e la possibilità di contestarle restano però questioni democratiche essenziali.

Il mandato presidenziale richiede una precisazione: il quinquennio elettorale di Zelensky è terminato, ma l’articolo 108 della Costituzione prevede l’esercizio dei poteri fino all’insediamento del successore; la legislazione sulla legge marziale disciplina la continuità delle funzioni e impedisce lo svolgimento delle elezioni durante la sua applicazione. Esiste dunque una base giuridica. Rimane il problema politico di come tutelare controllo parlamentare, informazione e dissenso durante un’emergenza prolungata, mentre il consenso non può essere nuovamente verificato nelle urne.

La corruzione rende questo quadro ancora più inquietante. Nel luglio 2025 il Parlamento approvò una legge che indeboliva l’indipendenza dei principali organismi anticorruzione, NABU e SAPO, subordinandone l’attività al procuratore generale. Le garanzie furono ripristinate dopo proteste interne e pressioni internazionali. La Commissione europea ha documentato l’accaduto e il persistere di indebite pressioni. È un episodio che mostra quanto possano essere vulnerabili i controlli sul potere, ma anche quanto contino le persone che li difendono. Sostenere l’Ucraina dovrebbe significare sostenere anche quella resistenza civile, compresa quando si oppone alle decisioni del presidente.

Esistono giornalisti indipendenti che continuano a denunciare gli abusi, organizzazioni civiche e investigatori che perseguono la corruzione. Sono realtà documentate, preziose proprio perché operano in condizioni difficili. Riconoscerle obbliga a una scelta: quale peso hanno queste garanzie nella politica dei paesi finanziatori? Le tuteliamo quando vengono attaccate, oppure le citiamo soltanto per rassicurarci sulla natura democratica del nostro alleato? Il lavoro di chi controlla il potere merita protezione concreta, accesso alle informazioni e indipendenza.

Da qui dovrebbe partire una revisione del sostegno occidentale. Aiuti umanitari, finanziamenti al bilancio, forniture militari e adesione alle istituzioni europee hanno scopi e conseguenze diversi. Per ciascuno occorrono obiettivi pubblici e verifiche comprensibili: tracciabilità delle risorse, controlli sui destinatari, accertamento delle responsabilità, tutela degli organismi indipendenti. Le condizioni sullo Stato di diritto esistono già nei programmi europei. La questione è la loro efficacia: quali conseguenze producono violazioni ripetute, e quanto siamo disposti a farle valere quando il destinatario è un alleato militarmente importante?

Lo stesso vale per l’ingresso nell’Unione europea. I negoziati prevedono requisiti su giustizia, diritti fondamentali, appalti e controllo finanziario: devono essere soddisfatti nella pratica. L’adesione alla NATO comporta un’ulteriore decisione sulla sicurezza collettiva, con rischi e obblighi che meritano un confronto pubblico. La solidarietà verso gli ucraini non può sostituire queste valutazioni. E la diplomazia dovrebbe essere giudicata con lo stesso rigore delle forniture militari: iniziative, interlocutori, garanzie e ostacoli devono essere spiegati. Chiedere una via negoziale credibile significa pretendere un lavoro politico, senza promettere che basti desiderare la pace perché Mosca la accetti.

Il rischio che dobbiamo discutere è quello di una politica capace di mantenere in piedi lo sforzo bellico e incapace di impedire che, nel frattempo, si consumino le condizioni civili della libertà. Una popolazione può continuare a resistere e, insieme, impoverirsi, perdere fiducia, vedere restringersi le proprie possibilità di scelta. Sarebbe un fallimento profondo difendere il futuro democratico dell’Ucraina sulla carta e accettare che quel futuro venga continuamente rinviato, senza strumenti efficaci per proteggerlo nel presente.

La casa vicino a Kyiv resta al centro di un’inchiesta: i fatti devono essere accertati e le responsabilità individuate. Ma la domanda che solleva riguarda già noi. Dopo anni di sostegno, quale condizione permetterà agli ucraini di vivere più sicuri, controllare i governanti, denunciare un abuso e immaginare la propria esistenza oltre il prossimo richiamo alle armi? Chi invia denaro e armamenti deve rispondere anche di questo orizzonte. Se la risposta rimane soltanto «continuare a combattere», la promessa di una nuova vita libera si è ridotta pericolosamente. E l’Europa ha il dovere di riconoscerlo prima di chiedere un altro sacrificio.

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