Il ministro della Difesa riconosce che la maggioranza degli italiani è contraria agli aiuti all’Ucraina, ma rivendica il diritto di proseguire. Una posizione legittima sul piano istituzionale che solleva, tuttavia, una questione fondamentale: fino a che punto un governo può considerare irrilevante il dissenso dei cittadini?
C’è una frase, pronunciata dal ministro della Difesa Guido Crosetto durante un’intervista alla BBC e diffusa integralmente il 18 ottobre, che meriterebbe un dibattito pubblico ben più approfondito di quello che ha ricevuto. Parlando degli aiuti militari all’Ucraina e riconoscendo che la maggioranza degli italiani è contraria alla loro prosecuzione, il ministro ha affermato: «Soprattutto, non si può cedere all’opinione pubblica quando si è convinti che l’opinione pubblica si sbagli».
Una dichiarazione che, letta nel suo contesto, non costituisce una violazione della Costituzione e nemmeno dimostra, di per sé, una volontà autoritaria. Ma contiene un’impostazione del rapporto tra governanti e governati sulla quale sarebbe irresponsabile sorvolare. Perché il problema non riguarda soltanto l’Ucraina, la Russia o l’invio di armamenti. Riguarda il significato stesso della rappresentanza democratica e il limite oltre il quale la responsabilità di governo rischia di trasformarsi nella convinzione di possedere una verità superiore a quella dei cittadini.
Governare non significa necessariamente seguire la maggioranza
Occorre chiarire subito un principio, per evitare che una riflessione seria degeneri nella consueta contrapposizione tra sostenitori e oppositori del governo. L’Italia è una democrazia rappresentativa. I cittadini eleggono il Parlamento, dal quale dipende la fiducia al governo, e affidano alle istituzioni il compito di assumere decisioni anche complesse, talvolta impopolari. Nessuna norma costituzionale impone all’esecutivo di adeguarsi automaticamente ai risultati dei sondaggi. Anzi, governare significa talvolta assumersi la responsabilità di scelte che una parte consistente della popolazione non condivide. La politica estera, la sicurezza nazionale e gli impegni internazionali sono materie nelle quali possono esistere interessi strategici non immediatamente percepibili dall’opinione pubblica.
Su questo Crosetto ha ragione. Il problema nasce nel passaggio successivo: quando la contrarietà dei cittadini viene interpretata come un errore che il governo, convinto della correttezza delle proprie decisioni, non deve assecondare. Esiste una differenza sostanziale tra sostenere che una decisione debba essere presa nonostante il dissenso e affermare che quel dissenso sia sbagliato. Nel primo caso si esercita una responsabilità politica, della quale si dovrà rispondere. Nel secondo si introduce un giudizio di superiorità che rischia di trasformare il confronto democratico in una semplice attività di persuasione rivolta a cittadini considerati incapaci di comprendere ciò che è meglio per loro.
I numeri descrivono un Paese che chiede di essere ascoltato
Il dissenso sull’invio di armamenti non è un’impressione costruita sui social. Secondo un sondaggio dell’Istituto Ixè pubblicato nel settembre 2026, soltanto il 18% degli intervistati ritiene che l’Italia debba continuare a sostenere militarmente l’Ucraina finché sarà necessario. Il 24,8% vorrebbe mantenere gli aiuti politici ed economici interrompendo le forniture di armi, mentre il 26,8% privilegia un negoziato, anche attraverso compromessi territoriali. Un ulteriore 26,7% auspica una progressiva riduzione del coinvolgimento italiano. Questi dati richiedono una lettura accurata: essere contrari all’invio di armi non significa necessariamente essere contrari a ogni forma di sostegno all’Ucraina. E chiedere un negoziato non equivale ad approvare l’invasione russa. Soprattutto, sarebbe profondamente sbagliato considerare milioni di cittadini vittime inconsapevoli della propaganda straniera soltanto perché esprimono un orientamento diverso da quello governativo.
L’interferenza informativa esiste e va contrastata, ma non può diventare una spiegazione universale del dissenso. Tra coloro che chiedono una soluzione diplomatica ci sono persone preoccupate per l’escalation militare, per i costi economici, per la sicurezza europea e per il rischio che una guerra già devastante si prolunghi senza una prospettiva politica credibile. Sono preoccupazioni che possono essere condivise oppure contestate. Non liquidate come errori da correggere.
La sovranità popolare non si esaurisce il giorno delle elezioni
L’articolo 1 della Costituzione italiana stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti previsti dalla stessa Carta. Questa seconda precisazione è fondamentale: la volontà popolare non si sostituisce alle istituzioni, ma le istituzioni non possono neppure interpretare il mandato elettorale come un’autorizzazione illimitata a decidere senza confrontarsi con la società.
Il voto conferisce il potere di governare, non l’infallibilità delle decisioni. In una democrazia matura, la distanza tra cittadini e governo dovrebbe rappresentare un problema politico da affrontare, non un ostacolo da superare. E quanto più quella distanza riguarda scelte decisive per il futuro del Paese, tanto maggiore dovrebbe essere l’impegno delle istituzioni a spiegare, discutere e rendere conto. Crosetto ha annunciato che entro la fine dell’anno potrebbe arrivare un tredicesimo pacchetto di aiuti all’Ucraina. Il sostegno italiano si colloca all’interno di un percorso autorizzato dal Parlamento, con procedure che prevedono anche la riservatezza sulle forniture militari.
È comprensibile che determinate informazioni strategiche non possano essere rese pubbliche. Molto meno comprensibile sarebbe utilizzare quella necessaria riservatezza per sottrarre al confronto politico le finalità, i costi complessivi e le prospettive dell’impegno italiano. Non si tratta di chiedere un referendum su ogni decisione militare. Si tratta di pretendere che il Parlamento eserciti fino in fondo la propria funzione di indirizzo e controllo e che i cittadini siano messi nelle condizioni di valutare le ragioni delle scelte compiute in loro nome.
Il pericolo non è una singola frase, ma il principio che potrebbe affermarsi
Immaginiamo che lo stesso ragionamento venga applicato ad altri settori della vita pubblica. Una maggioranza di cittadini contesta una politica economica, una riforma del lavoro, una scelta sanitaria o un intervento sulla previdenza. Il governo ritiene che quelle persone sbaglino e, per questo, considera inutile modificarne l’indirizzo. Ogni singola decisione potrebbe anche essere formalmente legittima.
Ma se la convinzione di avere ragione diventasse un criterio sufficiente per ignorare sistematicamente il dissenso, quale spazio resterebbe alla partecipazione democratica tra un’elezione e l’altra?
La questione, dunque, non è stabilire se Crosetto abbia il diritto di pensarla diversamente dalla maggioranza degli italiani. Naturalmente lo ha. E non è nemmeno negare all’Ucraina il diritto di difendersi dall’aggressione russa, un diritto riconosciuto dal diritto internazionale. La questione è un’altra: chi governa deve considerare il dissenso una componente essenziale della democrazia, non un fastidio da neutralizzare in nome delle proprie convinzioni.
Quando un governo ritiene che i cittadini non abbiano compreso una determinata scelta, il suo primo dovere politico dovrebbe essere quello di spiegare meglio, fornire elementi verificabili, confrontarsi con le obiezioni e accettare la possibilità di riconsiderare le proprie valutazioni. Non perché la maggioranza abbia necessariamente ragione, ma perché neppure il governo può presumere di averla sempre.
Una democrazia si misura anche da come tratta chi non è d’accordo
Le parole di Crosetto meritano attenzione proprio perché provengono da un ministro chiamato a occuparsi di questioni cruciali per la sicurezza nazionale. Non è necessario attribuirgli intenzioni che non ha manifestato, né trasformare la sua dichiarazione in una prova di autoritarismo. Sarebbe una forzatura che indebolirebbe la critica. Esiste, però, un rischio più sottile: abituarsi all’idea che le grandi decisioni siano competenza esclusiva di chi governa, mentre ai cittadini spetti soltanto approvarle oppure attendere le elezioni successive per esprimere il proprio malcontento.
La democrazia non funziona così.
Vive di rappresentanza, certamente, ma anche di controllo, confronto, informazione e responsabilità. La sovranità popolare non è una formula celebrativa da richiamare nei discorsi ufficiali per dimenticarla quando diventa scomoda. Per questo la frase del ministro dovrebbe aprire una discussione che vada ben oltre la vicenda ucraina. Non per stabilire se il popolo abbia sempre ragione, perché la storia insegna che non è così. Ma per ricordare a chi esercita il potere che la legittimazione ricevuta dagli elettori non trasforma le proprie convinzioni in verità indiscutibili.
Un governo può decidere contro l’opinione della maggioranza. Ma non dovrebbe mai dimenticare che quella maggioranza conserva il diritto di contestarlo, chiedere spiegazioni ed essere ascoltata.
Perché una democrazia comincia a indebolirsi non soltanto quando qualcuno impedisce al popolo di parlare, ma anche quando chi governa smette di ritenere necessario ascoltarlo.


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