Dall’Albania alla Francia, fino all’Italia, il malessere sociale mette sotto pressione governi e istituzioni. Non è soltanto una questione di ordine pubblico: è la crisi di fiducia di una società che non crede più alle promesse della politica.
18 ottobre 2026 | Politica internazionale
L’Europa sta attraversando una stagione di tensioni sociali che sarebbe un errore liquidare come una successione di episodi di violenza urbana. Le immagini che arrivano da Tirana, Parigi e Milano raccontano di scontri, incendi, devastazioni e interventi delle forze dell’ordine, ma dietro quelle immagini si intravede una questione molto più profonda: la crescente distanza tra le istituzioni e una parte della società che non si sente più rappresentata.
Non siamo davanti a un’unica rivoluzione europea, né a un movimento organizzato che attraversa i confini nazionali. Le ragioni delle proteste sono differenti, così come le responsabilità politiche e le condizioni economiche dei singoli Paesi. Eppure, esiste un elemento comune che merita attenzione: la percezione che il futuro sia diventato una promessa senza garanzie.
Per anni ai cittadini europei è stato chiesto di accettare sacrifici in nome della stabilità economica, della competitività e della crescita. Oggi, soprattutto tra i giovani, cresce una domanda alla quale i governi faticano a rispondere: stabilità per chi, crescita per chi, sacrifici fino a quando?
Albania: quando la protesta diventa una sfida al potere
A Tirana la contestazione contro il governo di Edi Rama ha assunto dimensioni particolarmente preoccupanti. Le proteste studentesche, inizialmente concentrate sui costi dell’istruzione, sulle condizioni delle università e sulle prospettive occupazionali, si sono saldate con un movimento più ampio che denuncia corruzione e cattiva gestione del potere.
Le manifestazioni di ottobre hanno portato migliaia di persone nelle strade della capitale, con episodi di violenza, lanci di oggetti contro le forze dell’ordine e interventi della polizia con lacrimogeni e idranti. Una parte del movimento di protesta chiede apertamente le dimissioni del primo ministro.
Ma la questione albanese non riguarda soltanto la sopravvivenza politica di Rama. Riguarda un Paese che aspira all’ingresso nell’Unione europea e nel quale una parte della popolazione teme che la modernizzazione economica non produca un miglioramento proporzionato delle condizioni di vita.
Al centro delle contestazioni figurano anche gli interessi economici internazionali e alcuni progetti di sviluppo turistico di lusso, fra i quali quello collegato a Jared Kushner, genero di Donald Trump, considerato dagli oppositori una minaccia ambientale e un simbolo dei privilegi concessi ai grandi investitori.
Il rischio per il governo è evidente: quando una protesta nata da rivendicazioni specifiche si trasforma in una contestazione generale del potere, la risposta esclusivamente repressiva può diventare insufficiente. Ma anche i manifestanti devono affrontare una contraddizione: la violenza contro persone, edifici e attività commerciali rischia di compromettere la legittimità delle loro rivendicazioni.
Francia: la Repubblica sotto pressione
La Francia è probabilmente il Paese europeo nel quale la protesta sociale ha assunto, negli ultimi anni, le forme più persistenti e radicali. Dai Gilet gialli alle mobilitazioni contro la riforma delle pensioni, il rapporto tra cittadini e potere politico è stato ripetutamente attraversato da conflitti profondi.
Le manifestazioni di ottobre hanno riportato questa tensione nelle strade di Parigi, Marsiglia, Lione e numerose altre città. Il caro vita, le difficoltà della scuola pubblica, le retribuzioni e la precarietà hanno contribuito a riunire studenti, sindacati e movimenti di protesta.
Gli scontri hanno provocato numerosi arresti, feriti tra le forze dell’ordine e danni a edifici pubblici e attività commerciali. La polizia è stata accusata da alcuni manifestanti e rappresentanti dell’opposizione di un uso eccessivo della forza, mentre le autorità hanno denunciato le aggressioni e le devastazioni compiute dai gruppi più violenti.
La Francia presenta una contraddizione che dovrebbe far riflettere l’intera Europa. È una delle maggiori economie del continente, dispone di istituzioni consolidate e di un sistema di protezione sociale importante. Eppure, una parte della popolazione percepisce il proprio tenore di vita come minacciato.
La ricchezza complessiva di una nazione, evidentemente, non basta a garantire la pace sociale se la sua distribuzione viene considerata ingiusta.
E quando la politica perde la capacità di mediare tra interessi contrapposti, la piazza tende a diventare il luogo nel quale si tenta di imporre ciò che non si riesce più a ottenere attraverso il confronto istituzionale.
Italia: la rabbia sociale e il rischio della strumentalizzazione
Anche l’Italia ha vissuto giornate di forti tensioni. A Milano, Bologna e Torino, manifestazioni contro il caro vita, i bassi salari e le condizioni dei servizi pubblici sono state segnate da scontri con le forze dell’ordine.
Le violenze hanno provocato arresti, denunce, feriti e danni ad attività commerciali. In alcuni casi gruppi di manifestanti hanno attaccato gli agenti con oggetti contundenti e materiale pirotecnico, trasformando iniziative di protesta in episodi di guerriglia urbana.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha condannato le violenze, sostenendo che il diritto di manifestare non può trasformarsi nella distruzione delle città. Una posizione difficilmente contestabile sul piano dei principi democratici: protestare è un diritto, aggredire le persone non lo è.
Ma fermarsi a questa constatazione sarebbe politicamente miope.
L’Italia convive da anni con salari che faticano a recuperare potere d’acquisto, difficoltà abitative, precarietà lavorativa e una crescente sfiducia nelle possibilità di miglioramento sociale. Sono problemi che non nascono con l’attuale governo e che non possono essere attribuiti a una sola maggioranza politica.
La responsabilità è più ampia e riguarda decenni di scelte economiche, riforme incompiute e incapacità di costruire prospettive credibili per le nuove generazioni.
Esiste, naturalmente, una distinzione fondamentale tra chi manifesta pacificamente e chi utilizza una manifestazione per aggredire, devastare o saccheggiare. Confondere queste due realtà significa fare un favore sia ai violenti, che cercano visibilità, sia a chi vorrebbe utilizzare le loro azioni per delegittimare qualsiasi forma di dissenso.
La democrazia deve saper difendere contemporaneamente due principi: la libertà di protestare e la sicurezza dei cittadini. Rinunciare all’uno in nome dell’altro significa indebolirla.
Una generazione senza futuro o una politica senza risposte?
C’è un elemento che attraversa molte delle manifestazioni europee: la presenza di giovani che non chiedono soltanto maggiori risorse economiche, ma una prospettiva di vita.
Per le generazioni precedenti, studiare, lavorare e costruire una famiglia rappresentavano tappe di un percorso relativamente riconoscibile. Oggi quel percorso appare molto meno sicuro. Un titolo di studio non garantisce un’occupazione stabile, uno stipendio non sempre permette di vivere autonomamente e acquistare un’abitazione è diventato, per molti, un obiettivo irraggiungibile.
Non sorprende, dunque, che la sfiducia si trasformi in contestazione. Sorprende, semmai, che la politica europea continui troppo spesso ad affrontare questi fenomeni soltanto quando assumono dimensioni tali da richiedere l’intervento della polizia.
Naturalmente non tutte le proteste hanno le stesse motivazioni e non tutti i manifestanti appartengono alla medesima generazione. Sarebbe sbagliato trasformare realtà complesse in un’unica narrazione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare le somiglianze.
La rabbia sociale diventa particolarmente pericolosa quando incontra la convinzione che gli strumenti democratici tradizionali non siano più in grado di produrre cambiamenti.
L’Europa sa ancora ascoltare i propri cittadini?
L’Unione europea si trova davanti a una contraddizione sempre più evidente. È capace di elaborare regole comuni, politiche commerciali, programmi economici e strategie geopolitiche, ma fatica a costruire un rapporto altrettanto solido con le aspettative quotidiane dei cittadini.
La guerra in Ucraina, le tensioni internazionali, il costo dell’energia e le difficoltà delle economie nazionali hanno contribuito ad aggravare un malessere che, tuttavia, esisteva già prima delle crisi più recenti.
Per troppo tempo la discussione politica si è concentrata sugli equilibri finanziari, sui parametri di bilancio e sulla competitività internazionale, lasciando in secondo piano una domanda essenziale: quale qualità della vita riescono effettivamente a garantire le nostre società?
Non si tratta di sostenere che Bruxelles sia responsabile di ogni problema nazionale. Sarebbe una semplificazione propagandistica. Le responsabilità sono distribuite tra istituzioni europee, governi nazionali, sistemi economici e classi dirigenti.
Ma proprio questa frammentazione delle responsabilità contribuisce ad alimentare la sfiducia. Il cittadino vede peggiorare la propria condizione e spesso non riesce più a individuare chi debba risponderne.
Peraltro, l’Europa sembra attraversata da una contraddizione sempre più difficile da nascondere. Da una parte chiede ai cittadini sacrifici, disciplina economica e fiducia nelle istituzioni; dall’altra destina risorse crescenti alla sicurezza, alla difesa e agli impegni internazionali. Si tratta di scelte che possono avere ragioni strategiche fondate, ma che richiedono una spiegazione politica convincente.
Per una famiglia che fatica a pagare il mutuo, per un giovane che non riesce a lasciare la casa dei genitori o per un pensionato che vede ridursi il proprio potere d’acquisto, gli equilibri geopolitici possono apparire lontani dalle esigenze quotidiane.
Ed è in questa distanza che cresce il risentimento.
La violenza non è una soluzione, ma ignorarne le cause è un errore
Esiste un confine che una società democratica non può permettersi di cancellare. La protesta, anche radicale, appartiene alla dialettica democratica. La violenza contro le persone, gli agenti di polizia, i giornalisti e i cittadini non può diventare uno strumento legittimo di pressione politica.
Chi distrugge una vetrina non migliora le condizioni di un lavoratore. Chi incendia un edificio pubblico non costruisce un’università migliore. Chi aggredisce un poliziotto non rende più giusta una società.
Ma esiste anche un’altra verità: condannare la violenza non equivale ad aver risolto le ragioni del conflitto.
Le forze dell’ordine possono ristabilire la sicurezza nelle strade. Non possono aumentare i salari, rendere accessibili le abitazioni, creare opportunità professionali o restituire credibilità alle istituzioni. Questi sono compiti della politica.
Ed è proprio su questo terreno che si misura la capacità di governo.
Ridurre ogni protesta a una questione di sicurezza significa confondere le conseguenze con le cause. Allo stesso modo, giustificare qualsiasi comportamento violento in nome del disagio sociale significa negare le regole fondamentali della convivenza democratica.
Occorre distinguere, comprendere e intervenire. Tre operazioni che richiedono capacità politica, non soltanto strumenti di ordine pubblico.
Il vero pericolo non è la protesta, ma la perdita della fiducia
L’Europa non è sull’orlo di una rivoluzione continentale. Almeno per ora, non esistono elementi sufficienti per sostenere una conclusione del genere. Ma sarebbe imprudente considerare quanto sta accadendo come una semplice parentesi di disordine pubblico.
Dall’Albania alla Francia, fino all’Italia, emergono tensioni differenti che finiscono per porre una domanda comune: quanto può durare un sistema politico quando una parte significativa della popolazione non crede più nella sua capacità di migliorare il futuro?
La storia europea insegna che le crisi sociali non nascono necessariamente dalla povertà assoluta. Spesso nascono dalla distanza tra ciò che una società promette e ciò che riesce realmente a offrire.
Oggi questa distanza sembra ampliarsi.
I governi possono rispondere con nuove leggi, maggiori controlli e interventi delle forze dell’ordine. In presenza di violenze, sono misure necessarie. Ma se la risposta politica dovesse esaurirsi qui, il rischio sarebbe quello di reprimere le manifestazioni del malessere senza affrontarne le cause.
E allora la questione non sarebbe più soltanto quante persone scendono in piazza, quanti arresti vengono effettuati o quanti edifici vengono danneggiati.
La questione diventerebbe molto più seria: quanti cittadini continuano a credere che la democrazia sia ancora capace di ascoltarli?
Perché una democrazia non comincia a indebolirsi quando i cittadini protestano. Comincia a indebolirsi quando smettono di credere che protestare, votare e partecipare possa cambiare qualcosa. E quando la fiducia scompare, riconquistarla diventa molto più difficile che ristabilire l’ordine in una piazza.


Commenti