Le elezioni israeliane del 27 ottobre 2026 consegnano al mondo un risultato politicamente incerto, ma moralmente inquietante. Benjamin Netanyahu non ha ottenuto la maggioranza necessaria per governare, eppure il suo partito rimane la principale forza politica del Paese e il blocco che lo sostiene continua a raccogliere un consenso enorme. Dopo tre anni di guerra, dopo la distruzione di Gaza, dopo le immagini dei bambini uccisi, degli ospedali devastati e delle famiglie costrette a sopravvivere tra le macerie, milioni di cittadini israeliani hanno scelto ancora una volta di affidargli il proprio voto.
È un fatto sul quale occorre interrogarsi, senza rifugiarsi nelle consuete formule diplomatiche.
Il 21 novembre 2024 la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Netanyahu, contestandogli presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Non si tratta di una condanna definitiva, ma neppure di una semplice polemica politica. È un provvedimento giudiziario internazionale fondato su elementi che i giudici hanno ritenuto sufficientemente gravi da giustificare l’arresto di un capo di governo.
Nel frattempo, le accuse di genocidio rivolte a Israele hanno assunto una dimensione internazionale. La Corte internazionale di giustizia sta esaminando il procedimento promosso dal Sudafrica, mentre una commissione indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che a Gaza sono stati commessi atti di genocidio. Israele respinge queste accuse, sostenendo di aver combattuto una guerra contro Hamas dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023.
Ma il diritto di difendersi non equivale al diritto di distruggere una popolazione civile. E nessun crimine commesso da Hamas può trasformarsi in una giustificazione permanente per le sofferenze inflitte ai palestinesi.
La domanda, allora, diventa inevitabile: che cosa significa votare Netanyahu nel 2026?
Non significa necessariamente condividere ogni bombardamento, ogni decisione militare o ogni dichiarazione del governo. Gli elettori possono avere motivazioni differenti: la sicurezza nazionale, la paura del terrorismo, l’identità politica, la sfiducia nell’opposizione. Ma significa comunque scegliere di attribuire fiducia politica a un uomo sul quale gravano accuse di straordinaria gravità, dopo aver avuto anni per conoscere le conseguenze della sua politica.
E questo comporta una responsabilità morale che non può essere cancellata dietro la segretezza dell’urna.
La democrazia non è soltanto il diritto di scegliere chi governa. È anche la responsabilità delle conseguenze di quella scelta. Se un cittadino continua a sostenere un governo nonostante le prove delle devastazioni prodotte dalle sue decisioni, non può pretendere che il proprio voto venga considerato un gesto politicamente neutrale.
Naturalmente esiste un altro Israele. Quello che manifesta contro Netanyahu, quello che denuncia le violenze contro i palestinesi, quello che difende i diritti umani e quello dei cittadini arabi che chiedono rappresentanza politica e uguaglianza. Le elezioni lo dimostrano: i partiti arabi hanno conquistato uno spazio parlamentare importante e l’opposizione dispone, almeno numericamente, di una possibile alternativa al blocco della destra.
Sarebbe dunque falso, oltre che ingiusto, attribuire a un intero popolo una colpa indistinta. Ma sarebbe altrettanto falso trasformare l’esistenza di un’opposizione in un’assoluzione generale della società israeliana.
Il problema è proprio questo: una parte molto consistente dell’elettorato continua a sostenere una leadership responsabile delle scelte politiche e militari che hanno portato Gaza alla catastrofe.
Nella storia, il consenso popolare non ha mai costituito una prova di innocenza. Un governo può essere democraticamente eletto e adottare politiche contrarie al diritto internazionale. Può ricevere milioni di voti e restare responsabile di gravissime violazioni dei diritti umani. Le urne conferiscono una legittimazione politica, non un’immunità morale o giudiziaria.
Ed è qui che emerge anche l’ipocrisia dell’Occidente.
Da anni i governi europei e americani rivendicano la superiorità dei valori democratici, il rispetto delle convenzioni internazionali e la centralità dei diritti umani. Sono principi che vengono richiamati con forza quando si condannano i crimini degli avversari geopolitici, ma che troppo spesso diventano negoziabili quando sul banco degli imputati compare un alleato strategico.
La responsabilità di quanto accaduto a Gaza non riguarda soltanto Netanyahu e il suo governo. Riguarda anche gli Stati che hanno continuato a fornire sostegno politico e militare a Israele, pur conoscendo le denunce delle organizzazioni umanitarie e i provvedimenti delle istituzioni giudiziarie internazionali.
E riguarda, sul piano politico e morale, anche coloro che hanno scelto di rinnovare la propria fiducia a quella leadership.
Non perché ogni elettore debba essere considerato personalmente colpevole dei crimini contestati ai governanti. La responsabilità penale è individuale e deve essere accertata dai tribunali. Ma la responsabilità politica di una scelta democratica è un’altra cosa, e non scompare soltanto perché non può essere tradotta in un capo d’imputazione.
La distinzione è fondamentale. Ed è proprio questa distinzione a rendere possibile una critica severa, senza trasformarla in una condanna collettiva fondata sulla nazionalità.
Le elezioni israeliane non hanno ancora stabilito chi governerà il Paese. Potrebbero aprire una fase di trattative, produrre una coalizione alternativa oppure condurre a una nuova crisi politica. Ma hanno già mostrato qualcosa che merita una riflessione molto più profonda delle consuete analisi sui seggi conquistati o perduti.
Hanno dimostrato che nemmeno la devastazione di Gaza, le accuse internazionali e il mandato d’arresto della Corte penale internazionale sono bastati a cancellare il consenso verso Netanyahu.
Ed è questo il dato più inquietante.
Perché la storia non giudica soltanto i governanti che prendono le decisioni. Interroga anche le società che le sostengono, le istituzioni che le consentono e le democrazie che scelgono di voltarsi dall’altra parte.
Il voto può legittimare un governo. Non può rendere legittimo un crimine. E quando una società continua a sostenere chi è accusato di averlo commesso, la domanda sulla sua responsabilità morale diventa inevitabile.


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