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Mentre l’Europa protesta, Mosca fa affari: il grande equivoco dell’isolamento russo

Il vertice mondiale del gas ospitato da Putin dimostra che la Russia continua a essere un interlocutore economico internazionale. Mentre i cittadini europei protestano contro il caro vita e le spese militari, Mosca consolida relazioni che l'Occidente non è riuscito a interrompere.

CARLO SANTI · · 6 min di lettura
Mentre l’Europa protesta, Mosca fa affari: il grande equivoco dell’isolamento russo

Tre giorni, due immagini, due realtà che sembrano appartenere a mondi diversi. Il 27 ottobre 2026, a Mosca, Vladimir Putin accoglie presidenti, capi di governo e delegazioni internazionali per l’ottavo vertice del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (GECF). Il 30 ottobre, in Italia, decine di migliaia di cittadini manifestano in oltre quaranta città per chiedere salari più alti, servizi pubblici migliori e una diversa destinazione delle risorse economiche, contestando anche l’aumento delle spese militari. Da una parte la diplomazia energetica, dall’altra il disagio sociale. Due avvenimenti distinti, naturalmente, ma che raccontano una contraddizione della politica internazionale contemporanea: mentre una parte dell’Occidente continua a parlare della necessità di isolare economicamente la Russia, Mosca mantiene rapporti con Paesi che rappresentano una componente essenziale dei mercati energetici mondiali.

Al tavolo organizzato nella capitale russa siedono rappresentanti di Iran, Qatar, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Nigeria, Libia, Venezuela e numerosi altri Stati. Partecipano personalmente, fra gli altri, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e il presidente del Mozambico Daniel Chapo. Il dato politicamente rilevante non è soltanto il numero dei partecipanti, ma il loro peso nel sistema energetico internazionale. Secondo i dati presentati dal GECF, i Paesi membri detengono complessivamente circa il 70% delle riserve mondiali accertate di gas naturale. Non si tratta, dunque, di una riunione marginale fra Stati esclusi dalla comunità internazionale, ma di un appuntamento che coinvolge attori fondamentali dell’economia globale. Certamente un vertice diplomatico non equivale automaticamente alla firma di nuovi contratti commerciali. Tuttavia dimostra che la Russia conserva una capacità di interlocuzione internazionale che la rappresentazione di un Paese completamente isolato non riesce a spiegare.

Del resto, Mosca non ha cominciato oggi a costruire relazioni economiche alternative all’Occidente. Il GECF esiste dal 2001 e Putin aveva già ospitato un summit dell’organizzazione nel 2013, ben prima dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. La differenza è che dopo il febbraio 2022 questa rete di rapporti ha assunto un’importanza strategica ancora maggiore. Le sanzioni occidentali hanno ridimensionato profondamente gli scambi con l’Europa, ma non hanno cancellato la domanda mondiale di petrolio e gas. Secondo l’Energy Information Administration statunitense, nel 2024 l’81% delle esportazioni russe di petrolio greggio e condensati era diretto verso Asia e Oceania, soprattutto Cina e India. Nel 2020 quella quota era del 41%. Una trasformazione commerciale enorme, che dimostra quanto sia cambiata la geografia economica della Russia.

È proprio questo il punto che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito pubblico europeo. Le sanzioni hanno certamente prodotto effetti sull’economia russa, limitandone l’accesso a tecnologie, capitali e mercati. Ma Mosca ha reagito cercando nuovi acquirenti e rafforzando relazioni già esistenti. Nel frattempo, anche l’Europa ha dovuto riorganizzare i propri approvvigionamenti energetici, costruire infrastrutture alternative e sostenere i costi della diversificazione. Non tutto l’aumento del costo della vita può essere attribuito alla guerra o alle sanzioni, perché inflazione, dinamiche salariali, speculazioni e politiche economiche hanno cause molteplici. Sarebbe però altrettanto sbagliato negare che la rottura degli equilibri energetici precedenti abbia avuto conseguenze concrete sulle economie europee.

Esiste poi un dato che rende il quadro ancora più interessante. Nonostante le dichiarazioni sulla necessità di interrompere la dipendenza energetica da Mosca, l’Unione Europea continua a importare gas russo. Secondo l’Agenzia europea per la cooperazione fra i regolatori dell’energia (ACER), nel 2026 il gas proveniente dalla Russia rappresenta ancora circa il 12% della domanda europea. Gli acquisti di gas naturale liquefatto proseguono attraverso diversi Paesi, mentre alcuni Stati mantengono contratti di fornitura mediante gasdotto. Il percorso europeo verso la completa eliminazione delle importazioni russe è stato avviato, ma non è ancora concluso. Una situazione che obbliga a distinguere fra gli obiettivi proclamati e la realtà economica: persino nel momento in cui cerca di separarsi energeticamente dalla Russia, l’Europa continua in parte a dipendere dalle sue forniture.

Intanto cresce il peso della spesa militare nei bilanci pubblici. L’Agenzia europea per la difesa ha calcolato che i ventisette Stati membri hanno speso complessivamente 418 miliardi di euro nel 2025, prevedendo un aumento fino a 454 miliardi nel 2026. I governi giustificano questi investimenti con la necessità di rafforzare la sicurezza europea di fronte all’aggressione russa e a un contesto internazionale sempre più instabile. È una valutazione strategica che ha le sue ragioni, ma non elimina una domanda politica fondamentale: quale equilibrio deve esistere fra sicurezza militare, protezione sociale, salari, sanità e sviluppo economico? Le manifestazioni del 30 ottobre mostrano che una parte della popolazione italiana contesta proprio la distribuzione delle priorità. Non significa che tutti i manifestanti condividano le stesse posizioni sulla guerra o sulla Russia; significa che il costo delle scelte pubbliche è tornato al centro del conflitto sociale.

Sarebbe semplicistico, naturalmente, descrivere una Russia prospera contrapposta a un’Europa in difficoltà. Anche Mosca sostiene costi enormi per la guerra in Ucraina, sul piano umano, militare ed economico. Le previsioni del Fondo monetario internazionale indicano per il 2026 una crescita russa contenuta, mentre una quota molto elevata delle risorse nazionali viene destinata all’apparato militare. Né la presenza di delegazioni straniere a un summit equivale all’approvazione della politica del Cremlino o dell’invasione dell’Ucraina. La questione, però, è un’altra: le relazioni internazionali non funzionano secondo una semplice divisione fra Paesi amici e nemici dell’Occidente. Molte potenze continuano a perseguire interessi economici autonomi, trattando con Mosca senza necessariamente condividerne le decisioni politiche.

Il Qatar rappresenta un esempio significativo. È un importante partner energetico di numerosi Paesi occidentali, ma partecipa anche a un vertice ospitato dal presidente russo. Non si tratta necessariamente di una contraddizione dal punto di vista di Doha: gli Stati difendono le proprie strategie commerciali, le proprie rotte energetiche e i propri interessi nazionali. La stessa logica guida buona parte del cosiddetto Sud globale, che non sempre accetta di subordinare la propria politica economica alle contrapposizioni geopolitiche fra grandi potenze. Per comprendere ciò che sta accadendo bisogna abbandonare l’idea che il mondo coincida con l’Europa, gli Stati Uniti e i loro alleati più stretti.

Il vertice di Mosca, dunque, non dimostra che le sanzioni siano fallite, né che la Russia abbia vinto il confronto economico con l’Occidente. Dimostra qualcosa di diverso, ma altrettanto importante: l’isolamento diplomatico ed economico della Russia è reale nei rapporti con una parte del mondo, non con il mondo intero. La distinzione è fondamentale, perché giudicare una strategia internazionale richiede di misurarne gli effetti effettivi, non soltanto di ribadirne gli obiettivi.

E qui torniamo alle piazze europee. La guerra in Ucraina non viene combattuta sul territorio italiano, ma le sue conseguenze politiche, economiche ed energetiche attraversano anche il nostro Paese. Lo stesso vale per le scelte di riarmo, per i nuovi equilibri commerciali e per le trasformazioni dei mercati energetici. I cittadini hanno il diritto di chiedere quali risultati siano stati raggiunti, quanto siano costati e quali alternative siano state realmente considerate. Non è una richiesta di schierarsi con Mosca, ma di pretendere trasparenza dai governi europei.

La domanda conclusiva, allora, non è se Putin possa ancora ricevere leader stranieri. Il summit del 27 ottobre dimostra che può farlo, e che molti Stati continuano a considerare la Russia un interlocutore economicamente rilevante. La domanda riguarda piuttosto l’Europa: dopo anni di sanzioni, sacrifici economici, riarmo e contrapposizione geopolitica, quale equilibrio fra sicurezza, prosperità e diplomazia stiamo costruendo?

Perché mentre le cancellerie discutono di strategie, i mercati continuano a cercare fornitori, le potenze difendono i propri interessi e i cittadini chiedono risposte sempre più concrete. Mosca non ha smesso di commerciare con il resto del mondo. L’Europa, invece, deve ancora dimostrare di saper conciliare le proprie scelte geopolitiche con le esigenze economiche e sociali della popolazione.

E questa è una questione che nessuna dichiarazione sull’isolamento della Russia può risolvere.

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