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Trump torna a colpire l’Iran: America First o la guerra di Netanyahu?

Dopo la sconfitta repubblicana, nuovi attacchi riaprono il problema delle priorità della Casa Bianca. La pressione del governo israeliano merita attenzione, ma la responsabilità delle scelte resta americana.

CARLO SANTI · · 4 min di lettura
Trump torna a colpire l’Iran: America First o la guerra di Netanyahu?

Gli elettori hanno appena presentato il conto della guerra e Donald Trump torna a bombardare. È questa la contraddizione politica che accompagna i nuovi attacchi contro l’Iran: quale risultato si cerca continuando una strategia che ha contribuito a indebolire il presidente nel suo stesso Paese? E quanto pesa, in questa scelta, il rapporto con il governo di Benjamin Netanyahu?

La sera del 6 novembre, in Florida, Trump ha riconosciuto nuovi attacchi contro difese antiaeree iraniane, descrivendoli come limitati. I resoconti li collegano alle esplosioni segnalate nell’area di Suza, sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. Danni e portata effettiva dell’operazione restano da accertare indipendentemente. Il fatto politico è però già visibile: dopo il voto americano, la pressione militare continua.

I repubblicani hanno perso il controllo di Camera e Senato. Secondo AP, circa sei elettori su dieci giudicano sbagliato l’intervento contro l’Iran, mentre costo della vita e corruzione risultano più spesso decisivi per il voto. La guerra ha dunque pesato, senza spiegare da sola la sconfitta. Vance ha indicato anche il rapporto con Israele fra le ragioni del malcontento. «La ragione per cui abbiamo perso è la guerra», ha scritto il vicepresidente.

Una simile diagnosi dovrebbe aprire una revisione delle priorità. Se invece viene seguita da altre operazioni militari, occorre spiegare perché insistere dovrebbe produrre un esito diverso. Definire un attacco limitato ne descrive la dimensione immediata; non chiarisce quale compromesso politico dovrebbe rendere possibile, né come si intenda impedire una rappresaglia.

Qui entra il rapporto con Netanyahu. Axios riferisce, citando fonti riservate, che Netanyahu aveva premuto per nuovi attacchi prima delle elezioni americane: un retroscena giornalistico, senza conferma pubblica indipendente. È un elemento da considerare quando si valuta l’autonomia della Casa Bianca, ma non dimostra chi abbia determinato l’ultima operazione. La domanda politica rimane legittima: quanto spazio conserva Washington per interrompere una campagna militare se il suo alleato vuole proseguirla?

Esiste inoltre un segnale pubblico della convergenza fra i due leader. Reuters aveva riferito che Trump, prima delle elezioni israeliane, aveva invitato a confermare Netanyahu perché potessero completare insieme l’azione intrapresa. Questa scelta lega il prestigio del presidente americano alla continuità della strategia comune. Dopo averla sostenuta così apertamente, riconoscerne i limiti può diventare politicamente più difficile.

La nostra lettura è che questa convergenza rischi di trasformarsi in un vincolo: la Casa Bianca potrebbe continuare a sostenere obiettivi del governo israeliano anche quando il loro costo interno diventa sempre meno sopportabile. Per verificarlo bisognerà osservare quali condizioni Washington accetterà per un accordo e quali richieste respingerà. Attribuire già oggi a Netanyahu il comando delle decisioni americane sarebbe andare oltre le prove disponibili. Trump conserva la responsabilità delle operazioni che autorizza e difende.

C’è anche un’altra spiegazione possibile della sua condotta. Un presidente indebolito può cercare nella pressione militare un risultato da presentare come vittoria, oppure temere che una concessione negoziale venga interpretata come una seconda sconfitta. L’ostinazione può nascere anche da un calcolo personale e domestico. La pressione israeliana e le scelte di Trump potrebbero rafforzarsi reciprocamente: non occorre supporre che una delle due cancelli l’altra.

Intanto una strada diplomatica rimane aperta. Il 7 novembre il primo ministro del Qatar ha dichiarato che la mediazione prosegue, che Washington resta disponibile a una soluzione anche dopo le elezioni e che sono stati compiuti progressi. È la valutazione del mediatore, non l’annuncio di un accordo concluso. Proprio per questo ogni nuova operazione va giudicata anche per l’effetto sul negoziato: avvicina un’intesa praticabile oppure aumenta il prezzo che entrambe le parti dovranno chiedere per accettarla?

Anche Teheran deve misurare le proprie scelte. Interpretare il risultato elettorale come un’impotenza militare americana sarebbe pericoloso. Una rappresaglia più ampia potrebbe offrire ai sostenitori dell’escalation l’argomento per chiedere altri bombardamenti. L’indebolimento politico dell’avversario dovrebbe diventare un’occasione negoziale; considerarlo una garanzia che non reagirà può produrre l’effetto opposto.

Per l’opposizione americana si apre invece una verifica concreta. Il controllo parlamentare dovrà chiedere obiettivi, costi, risultati e condizioni di uscita. Dovrà soprattutto chiarire come l’amministrazione distingue gli interessi degli Stati Uniti dalle richieste dei suoi alleati. Un’alleanza può comportare impegni onerosi; per sostenerli, un governo deve spiegare ai cittadini quale sicurezza stia ottenendo in cambio.

La contraddizione resta davanti a Trump. Il presidente che promette di mettere l’America al primo posto deve dimostrare di saper scegliere anche quando Netanyahu potrebbe dissentire. Continuare a colpire dopo aver riconosciuto il costo elettorale della guerra rende questa spiegazione più urgente. La prova della sua autonomia sarà la capacità di raggiungere e sostenere un accordo utile agli americani, assumendosi il conflitto politico che un compromesso può comportare. Finché quella scelta viene rinviata, il rischio è che siano ancora le popolazioni della regione e i cittadini americani a pagarne il prezzo.

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