ONU: la tratta degli schiavi riconosciuta come “crimine più grave contro l’umanità”. Si riapre il dossier riparazioni
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta transatlantica degli schiavi come “il crimine più grave contro l’umanità”, rilanciando con forza il tema delle riparazioni per i danni storici subiti dalle popolazioni africane e della diaspora.
Il testo, sostenuto in modo compatto dall’Unione Africana e dalla Comunità dei Caraibi (CARICOM), rappresenta un passaggio politico significativo: non si limita al riconoscimento storico, ma invita esplicitamente gli Stati a considerare forme concrete di giustizia riparativa.
A presentare la risoluzione è stato il Ghana, che negli ultimi anni si è posto come uno degli attori più attivi su questo fronte. Il presidente John Dramani Mahama ha definito il voto “un atto dovuto alla memoria di milioni di persone che hanno subito la schiavitù”, sottolineando la necessità di un riconoscimento globale delle responsabilità storiche.
Il documento è stato approvato con 123 voti favorevoli. Stati Uniti, Israele e Argentina hanno votato contro, mentre 52 Paesi si sono astenuti, tra cui il Regno Unito e diversi membri dell’Unione Europea.
Londra ha dichiarato di “riconoscere la gravità delle questioni affrontate”, ma ha scelto la linea dell’astensione. Una posizione che riflette le difficoltà politiche legate a un passato in cui le principali potenze europee – per circa quattro secoli – hanno deportato e sfruttato oltre 15 milioni di africani.
Il tema non è nuovo nel dibattito internazionale. Già tra XVIII e XIX secolo gli abolizionisti parlavano della schiavitù come di un “crimine contro l’umanità”, mentre numerosi studi storici hanno evidenziato il ruolo centrale dei profitti derivati dalla tratta nello sviluppo economico e industriale dell’Occidente. Le Nazioni Unite avevano già riconosciuto formalmente la schiavitù come crimine nel 2001, durante la Conferenza di Durban contro il razzismo.
La novità di oggi è il ritorno con forza della questione delle riparazioni. Per i Paesi africani e caraibici non si tratta soltanto di compensazioni economiche, ma di un più ampio processo di riequilibrio: cancellazione del debito, restituzione dei beni culturali sottratti durante il periodo coloniale, revisione delle relazioni economiche e finanziarie internazionali.
Il voto contrario degli Stati Uniti si inserisce in una linea politica prudente, già emersa in passato su temi legati alle responsabilità storiche e alle riparazioni. Più netta, invece, la lettura critica proveniente da organizzazioni e movimenti del Sud Globale, che interpretano l’opposizione come una resistenza a un pieno riconoscimento delle conseguenze storiche della schiavitù.
Analoga posizione è stata assunta da Israele e Argentina. Nel caso argentino, alcuni osservatori sottolineano come il voto si inserisca in un contesto storico complesso, segnato da politiche ottocentesche che hanno contribuito alla marginalizzazione e alla progressiva scomparsa delle comunità afrodiscendenti nel Paese.
Al di là delle divisioni, la risoluzione segna un cambio di passo: la tratta degli schiavi non viene più trattata come una questione storica chiusa, ma come un nodo ancora aperto nelle relazioni internazionali contemporanee.
Il tema delle riparazioni, finora rimasto ai margini del dibattito globale, torna così al centro dell’agenda politica. E il voto dell’ONU indica che, almeno per una parte consistente della comunità internazionale, il passato non è ancora stato davvero archiviato.



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